La Storia

Molti hanno sempre chiesto dove si trova Castelluccio Valmaggiore e perché non è segnato sulla carta geografica. Ora, però, qualcuno lo segna, quando è nato, come sorse e quanto è grande. Il linguaggio dei Castelluccesi è spedito, concettoso, intuitivo e figurativo, perché nel colloquio e nell'accento non si sente l'influsso pugliese, ma piuttosto quello campano cioè napoletano, per cui si differenzia dai dialetti pugliesi...

Ma in Puglia il paese è isolato, pur essendo pugliese ed in Capitanata, cioè in provincia di Foggia, perché ad ovest ha i provenzali di Faeto e Celle S. Vito, a nord Biccari, a est Troia e a sud Orsara, e anche qui l'accento non è pugliese...

Il suo linguaggio si deve soprattutto al legame culturale, perché la classe dirigente nei tempi passati prediligeva Napoli, sia per lo studio sia per il commercio, e c'era lo scambio tra i paesi del napoletano; ora, invece, i giovani per lo studio superiore vanno a Bari e a Foggia e questo vale anche per il commercio e per le ragioni burocratiche...

Toponimo ed Insediamento:

Castelluccio Valmaggiore prende il nome dal castello eretto dai bizantini verso il 1000 dell'era Cristiana, infatti negli atti ufficiali è detto in "Castro Vallis Maioris". Quale testimone duraturo e reale avanza la Torre cilindrica in buona costruzione di solida pietra locale, legata con litocolla, cioè malta fatta con solo idrato di calce, senza sabbia.

L'etimologia, oltre a dirne le origini ne spiega anche il significato poiché, l'appellativo Vallemaggiore, indica che il Castello con Torre domina la valle del Celone, ed è anche punto di osservazione dei paesaggi sulla Traiana dai monti e valichi, ed è vedetta dell'esteso territorio della nascente Troia (1019).

Infatti, il Castello era a guardia dell'ampia valle concava in cui scorre il Celone, che nasce dalla fonte Aquilone (San Vito) a quota 1050 s.l.m., dove ha origine il piccolo ruscello tortuoso e nascosto, perciò Celone dal verbo "Celo" - as: nascondo, o dalla trasformazione o abbreviazione del nome Aquilone, come era chiamato fino al Medioevo il Celone. Man mano che il ruscello discende a valle tra i monti, riceve le acque del displuvio e delle sorgenti chiacchierine dei monti Perazzone, Vetruscelli e Cornacchia, cioè dei torrenti Foce, Feudo e Freddo ed altri ruscelli quali affluenti, per portare per circa Km. 70 le acque nel Candelaro.

Le Origini:

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In quest'ultimo punto che, per le dominanti vicine alture, era il lato debole, ed il più vulnerabile del paese, fu edificato il Castello.

L'antico fabbricato del comune presentava la forma di un triangolo isoscele. Era chiuso da due grandi porte: Porta del Pozzo ad occidente e Porta del Piscero ad oriente, e da una cinta muraria formata non da regolari mura, ma da palazzi privati dotati di torricelle e fortilizi che, voltando il dorso alla campagna, guardavano il centro dell'abitato da vari archi: quello di via Gradelle poco distante dalla Torre, quello di via Osteria, quello del vico II Umberto I e quello di via sotto le Mura. Le due porte, Porta del Pozzo e Porta del Piscero si trovavano alla base del triangolo, ed una terza porta si trovava all'angolo superiore, o vertice del triangolo.

Del Castello, rimane solo la Torre che attualmente è alta m. 20 su un fondamento basale pieno a forma poligonale. Da questa base si eleva il solido cilindrico alto m. 16 il cui diametro interno è di m. 6,20, mentre lo spessore dei muri circolari è di m. 2,50.

La Torre è costituita da due piani interamente ultimati, e di un terzo solamente iniziato. Il piano elevato è alto circa 14 metri da cui s'accede al piano superiore per l'apertura nella volta a botte con scala a pioli. Il piano superiore è alto circa 4 metri e, mediante una scalinata in pietra a chiocciola incassata nel muro ovest, si sale al terrazzo da dove si gode una visuale meravigliosa e vastissima.

Il terzo piano della Torre fu demolito, ed i cornicioni furono usati per la grondaia del palazzo del principe, palazzo situato di fronte alla Chiesa, nel cui portale vi sono vari segni araldici senza data, e aderenti al muro e ai fianchi del portone vi sono dei piloni per legare i cavalli.

La Torre non aveva apertura nel piano rialzato, ma si accedeva al secondo piano dalla finestra balcone, o saracinesca con una scala esterna, e per scendere giù c'era una botola laterale a sud, con un grande anello di ferro a cui si legava una corda con cui si scendeva, o si scendevano i prigionieri. Per la luce e la circolazione dell'aria, c'erano piccoli spiragli, a forma di feritoie, molto alti dal suolo che, per la grossezza dei muri, ne somministravano appena la quantità bastevole al mantenimento della vita.

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Vicende storiche:

La tradizione orale dell'abitato narra che tre famiglie superstiti della contrada "Case Rotte" o altre di Ecana, distrutta da Costante II imperatore bizantino nel VII secolo d.C. fondarono Castelluccio Valmaggiore, Biccari ed Orsara.

Informazione storica non senza fondamento, dal momento che affiorano tanti reperti archeologici di tombe e di muri nelle varie contrade dell'agro di Castelluccio, Troia, Biccari ed Orsara.

Infatti, nel 1956 in contrada "Agraria", vicino alla fonte Trainara un contadino castelluccese, facendo lo spietramento, trovò in una tomba la statuetta bronzea alta cm. 15, raffigurante Ercole giovane, rivestito della pelle di leone ucciso e, insieme ai resti mortali c'erano due semiassi del periodo di Claudio imp. I sec. dell'era volgare e dell'impero romano.

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Il Sovrintendente alle Antichità di Taranto che visitò il luogo nel 1957 affermò, dopo aver osservato anche la lapide funebre con epigrafe che stava nella stessa zona, che la località era un "vicus romanus" dipendente della colonia Claudia di Lucera. Portò via anche la statuetta di Ercole, per cui ora non si sa dove sia andata a finire.

Inoltre, in contrada "Mezzana Sarni" agro di Castelluccio nel 1809 fu trovata un'altra epigrafe latina scritta su lapide robusta, dedicata ad Ercole Arunte, che ora è nel Museo Fiorelli di Lucera col n° 12.

Perciò, il luogo non era sconosciuto quando Bubagano, cata pano bizantino, riedificò Troia. Lo Stefanelli ed altri storici di Troia dicono che Bubagano edificò i Castelli di S. Felice, Tertiveri, Biccari e Castelluccio Valmaggiore. Gli storici don Domenico De Palma ed il Savino, arcipreti di Castelluccio Valmaggiore, confermano l'origine greca della Torre. Lo chiamavano anche "Castelluccio la Capraia", perché il Savino suppone che i primi abitanti fossero pastori. 

Inoltre, un vecchio ritornello diceva: "Castelluccio la Capraia ha fatto sinneco lu surgiaru!"

Forse c'è qualche fondamento nel dire Capraia, perché dopo che fu fondata la Baronia di Valmaggiore e nella sistemazione del Tavoliere di Puglia sotto gli Aragonesi, un tratturo regio partiva da Celano verso Lucera e arrivava a Castelluccio Valmaggiore per la transumanza delle pecore e di altri armenti.

Ma dai documenti citati dal De Palma, Stefanelli, De Rosa e Savino è detto "Castro Castellutii Vallis Maioris". Stando all'opuscolo sulla Torre di Biccari, il Castello sarebbe opera dei Normanni, perché quando fu scacciato Guglielmo d'Altavilla da Castelluccio, egli fuggì a Biccari, ove divenne "signore" e costruì la torre. Però, fa più fede l'origine greca che quella normanna, poiché lo stesso De Palma, nel lamentare la perdita della libertà del Comune di Castelluccio, avvenuta con la fondazione della Baronia di Valmaggiore, nel 1440, dice che erano passati 450 anni circa. Allora, con tale affermazione, dobbiamo trovarci ai primi anni del 1000, in cui la Capitanata era sotto i bizantini, mentre i Normanni sono venuti nel 1056 e scelsero Troia per capitale.

Perciò, questo vetusto e turrito paese che scarseggia di documenti, poiché la storia era scritta per le grandi città e non per i piccoli borghi, è antica ed annovera ben 9 secoli di vita feconda ed operosa, semplice e grande al tempo stesso. Esso visse di religione e di lavoro. Fu la prima ad unirlo, fu il secondo a nobitarlo.

Ai Normanni seguono gli Svevi, i quali si fermarono in Puglia. Federico II Svevo che predilesse Foggia e Lucera ed edificò Castel del Monte, fece rinchiudere nella Torre di Castel S. Felice, di fronte a Castelluccio, il figlio ribelle Enrico VII, così narra lo storico Leo.

Perciò forse, al suo passaggio, i vassalli gli offrirono i frutti della terra, e non cipolle come la vicina Troia, che venne punita. Poi, ebbero il dominio gli Angioini e gli Aragonesi, signori di Napoli e delle Due Sicilie

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Calamità naturali:

Sono descritte dagli storici le innumerevoli calamità che colpirono la Capitanata e le province limitrofe. Anche Castelluccio fu colpito da questi disastri. Ricordiamo il terremoto del 1456 e quello del 1731 che colpirono la Daunia con reiterate scosse sismiche per altre 30 volte in diversi giorni. Altre scosse, intensità e durata, non furono registrate, per la mancanza di osservatori e di strumenti adatti.

Nel 1632 un uragano di eccezionale violenza distrusse terreni e raccolti. Nel 1880 vi fu una tremenda siccità che provocò danni enormi all'agricoltura e al bestiame. Nel 1890 il disboscamento della contrada "Vetruscelli" causò un nubifragio e la piena del Celone, che allargò il suo alveo, sradicò pioppi ed alberi d'alto fusto offrendo uno spettacolo raro a vedersi. Anche se di portata minore, due simili fatti si ebbero nel 1929 e il 30 giugno del 1976.

Inoltre, in meno di 40 anni vi sono stati molti movimenti tellurici, dal Vulture e dal Vesuvio di natura tettonica i quali, pur arrecando danni ai fabbricati benché solidi e non alle persone, causarono al popolo panico e pregiudizi. Sono ricordevoli perché colpirono mortalmente i paesi vicini dell'Irpinia, del Sannio e della Daunia.

Storici sono i sismi del 23 luglio 1930 che all'una di notte fecero tremare l'Irpinia, il Sannio ed il Subappennino dauno. A Castelluccio caddero alcune volte e si ebbero delle crepe nei muri.

Quello del 21 agosto 1962 causato dal Vulture, essendo stato verso il tramonto, la popolazione era fuori casa e sveglia. Molti furono i danni alle case e agli edifici, intensi furono quelli del 6 maggio 1971 e del 18 giugno 1975, ma, date le costruzioni nuove in cemento armato, i danni furono discreti, ma ci fu molto panico.

Ricordevole è la caduta della cenere del Vesuvio nella domenica delle Palme: era l'8 aprile 1906. La discesa dell'oscurità e la pioggia di cenere che durò sino alla mezzanotte coincise col canto del passio. In qualche terreno si trova ancora oggi qualche traccia della cenere caduta.

Verso la fine del sec. XIX tra il 1880 e il '90 ci furono abbondanti nevicate che sfondarono varie case all'Arco del Pozzo. Un'altra nevicata si ebbe il 2 febbraio 1929 alla fine di un inverno quasi arido.

Fenomenale fu la nevicata dal 16 al 18 marzo 1962, la neve raggiunse l'altezza del metro. La tormenta e i cumuli durarono un mese. Il freddo gelò gli ulivi. La temperatura scese a 12 gradi sotto lo zero. L'isolamento fu totale, mancava la luce e le comunicazioni telefoniche e telegrafiche. I soccorsi furono portati da un elicottero dai C.C. che atterrò al Largo S. Rocco. Pur trovandosi in pieno inverno, non pioveva da vari mesi. Altra nevicata fu nel febbraio 1964 che interruppe le comunicazioni e la luce per vari giorni. Gli ulivi, per la bufera ed il carico di neve si fracassarono. La temperatura scese di 10 gradi sotto lo zero. Dopo un lungo periodo di siccità e caldo sino ai 38 gradi, ci fu la dannosa e terribile grandinata del 12 luglio 1972. La grandine aveva la forma di una noce, a volte più grande, e i pezzi di ghiaccio la lunghezza di cm. 10. Coprì l'agro Castelluccese, Celle, Faeto e Roseto, si posò sui monti e sulle colline oltre i 700 m. s.l.m. e durò sino al giorno dopo. Ingenti i danni.

Durante i secoli vi sono state invasioni di cavallette e di arvicole che allora distruggevano i pascoli, messi e raccolti e, poiché spesso spargevano i veleni, molta fauna è scomparsa.

Altro fenomeno ricordevole e precisamente il 30 giugno 1976 si abbatté un nubifragio sui tenimenti di Faeto e Celle, per cui la piena dei torrenti Celone, Feudo e Foce causò straripamenti e sradicò molti alberi. Il letto del Celone era completamente ricoperto di acqua nera, molte briglie furono divelte. Infatti, il cattivo tempo, i temporali e le piogge alluvionali caddero per tutto luglio ed agosto del 1976. Il raccolto del grano coi motomezzi fu difficile, in alcuni luoghi s'è finito di raccogliere fino a settembre. Si parla della caduta di oltre 110 mm. Il turismo andò male.

Tratto dai libri:

"Notizie storiche intorno al comune ed al clero di Castelluccio Valmaggiore - Canonico Domenico De Palma"

"Profilo storico di Castelluccio Valmaggiore - Rocco Antonio Pompa"